
Nella lingua araba la parola “amore” sembra che vibri insieme al cuore di chi la pronuncia: amare è un cammino, una scala che sale e scende dentro di noi, attraversando stati diversi, profondità inattese, trasformazioni che non sempre sappiamo nominare ma che riconosciamo quando ci toccano. Ogni parola è una lente che avvicina o allontana il cuore, rivelandone inclinazioni, affetto, dedizione, ardore, unione.
Per l’arabo, الحُبّ al-ḥubb è l’inizio di tutto: il seme originario da cui germogliano tutte le altre forme dell’amore. La radice حبب è la stessa del seme: حَبَّةُ قَمْحٍ ḥabbatu qamḥ, è il chicco di grano. L’arabo sembra suggerire che amare significhi questo: interrare qualcosa nel cuore, proteggerlo affinché germogli.
Da questo seme inizia il viaggio.
Un viaggio che non è mai uguale per tutti. Ognuno attraversa stanze diverse, apre porte che altri non aprono, indugia in luoghi in cui altri non restano. Noi proviamo a ripercorrere le tappe più comuni di questo cammino interiore. E lo facciamo dentro un palazzo: un edificio immaginario che si apre in giardini, scale, porticati, terrazzi e stanze, ognuno abitato da una forma diversa dell’amore.
الهَوَى — al-hawā
Il primo giardino si trova proprio all’ingresso del palazzo. Non ha un cancello, né una soglia da superare: ci arrivi senza accorgertene, quasi per caso, come quando il vento cambia direzione e ti sfiora il viso senza preavviso.
هَوَى significa infatti “cadere”, ma anche il soffio del vento. È qualcosa che scende dentro di te, leggero e inaspettato: un volto che torna alla mente senza essere chiamato, una presenza che attraversa i tuoi pensieri con la naturalezza di una foglia che si posa a terra.
Non sai perché guardi quella persona, ma la guardi. Non sai perché ci pensi, ma ci pensi. È un’inclinazione sottile e spontanea. Una piccola deviazione del cuore che si inclina, senza permesso.
الصَّبْوَة — aṣ-ṣabwa
Superato l’ingresso, ti ritrovi in un primo giardino più raccolto. È uno spazio intimo ma non definitivo: da qui si può ancora tornare indietro senza ferite, senza rimpianti, come quando fai un passo e poi, per prudenza, lo ritrai.
Questo è l’amore giovane, spontaneo, tenero. Un sentimento che si accende senza rumore, come una scintilla che ancora non scotta e scalda appena il cuore. Non è profondo, non chiede nulla, non pretende.
Eppure qualcosa in te sussurra: “Mi basta essere qui”.
È come i primi raggi del sole mattutino, quando il freddo è ancora pungente la sua luce sottile inizia a sciogliere la brina che si è posata sulla vegetazione durante la notte.. Basta così: un calore minimo, ma vero.
الشَّغَف — ash-shaghaf
Ti guardi intorno: stai bene, sembra la meta ideale per meditare e godere di quella sensazione di raccoglimento. Ti siedi accanto a una fontana e ascolti il silenzio. Un soffio di vento fresco ti accarezza le guance, giunge un intenso e improvviso profumo di rose. Ti alzi per capire da dove provenga, e ti avvicini a quello che sembra il termine del giardino, un muro ricoperto di rigogliosa vegetazione ai cui piedi c’è un roseto bellissimo e selvaggio. Quella che era brina sui petali è ora diventata rugiada, che con i raggi del sole crea un bellissimo effetto luccicante. Volevi fermarti ma prosegui, inebriato dal profumo delle rose, e ti accorgi che dietro c’è l’accesso a un nuovo giardino. Non avevi pensato di proseguire, ma senza sforzo hai scoperto un posto nuovo. Qui l’amore diventa شَغَف smettendo di essere un’inclinazione leggera, diventa profondità.Shaghaf viene da شَغَافُ القَلْبِ shaghāf al qalb, la membrana interna del cuore. È il punto più delicato e più vulnerabile, dove ciò che era esterno diventa intimo, dove ciò che sfiorava diventa ciò che entra. L’amato non vive più nei tuoi pensieri: scivola nel cuore e, da lì, nelle vene, si diffonde come un calore che riconosci prima ancora di nominarlo. Non pensi più all’amato. Lo senti.
العِشْق — al-ʿishq
Salendo una scala di pietra consumata, arrivi a un giardino diverso dagli altri. Qui tutto si arrampica: muri, colonne, archi sono avvolti da edere che si intrecciano e prendono tutto lo spazio. È il giardino del ʿishq, l’amore che stringe, avvolge, avvinghia.
La radice عشق porta con sé proprio questi significati: un amore che si attacca e cresce, come la pianta che gli arabi chiamavano «l’avvinghiatrice arrampicante», العَشْقَةُ المُتَسَلِّقَةُ al-ʿashqa al-mutaselliqa. Nulla in questo luogo è leggero. Qui l’amore è ardore, intensità, desiderio di compagnia che non sempre conosce misura. È un sentimento che può nutrire e consumare allo stesso tempo: un abbraccio che scalda, ma che può togliere il fiato.
Majnūn disse di Laylā: «Lei non è nel mio cuore. Il mio cuore è in lei.»
الجَوَى — al-jawā
Ammaliato dal vigore della vegetazione, inebriato dal profumo di muschio e dalla freschezza dell’ombra che propizia ed esalta l’edera regina del giardino, vieni colto da uno stordimento che ti fa cadere senza coscienza. Perdi i sensi. Ti ritrovi nei meandri della mente incosciente, un luogo fatto di marmo freddo e glaciale. Non c’è più il sole, non senti più il calore della vita, senti il panico e lo struggimento di non essere più in quel luogo di letizia e nutrimento per lo spirito. Questo è il regno del jawā, l’amore che brucia in silenzio: in origine significa una malattia, un difetto o un problema interiore. Così diventa l’innamorato per la mancanza dell’amato. In questo luogo l’amore non stringe, pesa. È una nostalgia che si aggrappa al petto, una sete che non passa. Non è disperazione, ma una forma di fedeltà: ciò che ti resta quando tutte le altre forme di amare si ritirano.
الحَنِين — al-ḥanīn
Ti risvegli, attraversi il giardino e finisci sotto un porticato che accede ad un patio in penombra: c’è un’orchestra che suona sul maqām Nahāwand, risvegliando la nostalgia. الحَنِين al-ḥanīn è la voce melanconica e costante. Ti siedi in prossimità dei musicisti: l’aria profuma di ambra grigia e muschio; sorseggi un tè alla menta, accarezzi la seta del sofà, ripensi al percorso fatto sin lì.
الحَنِين è dolcezza che punge, il richiamo del passato e dell’amato: il petto si stringe mentre la memoria affiora, un sentimento dolceamaro che ricorda la distanza e la presenza insieme.
الوَجْد — al-wajd
Finisci il tè, ti alzi e continui ad esplorare. Accedendo a una stanza raccolta, esci su un terrazzo: l’aria vibra, l’atmosfera è luminosa, il sole scalda e i fiori risaltano. Una brezza leggera accarezza il viso. Il cuore ha un leggero sussulto. Questo è الوَجْد al-wajd la gioia dell’amore che si manifesta senza sforzo. L’orchestra cambiamaqāme suona Bayātī, il corpo vibra al ricordo dell’amato. È uno stato senza volontà: l’amore che attraversa, che si vive, che non richiede nulla.
التَّتَيُّم — at-tatayum
Scendendo una scala, ti avvicini a un cortile. Incontri l’amato e lo servi con dolcezza. La radice تام significa “asservire”, ma qui è un dono volontario. Ami e basta. È da questo punto che inizia la relazione autentica coniugale.
Nel nostro racconto, l’asino piombò direttamente a questo stadio e difatti il suo cuore non ha retto: تَيَّمَتْنِي يَوْمَ رُحْنَا بِثَنَايَاهَا الْحِسَانِ — “Mi ha fatto innamorare il giorno che andammo, con i suoi due bei denti.”
التَّعَبُّد — at-taʿabbud
Giungi in una sala di preghiera, la قِبْلَةُ qibla indica la direzione della devozione. التَّعَبُّد at-taʿabbud è amore consapevole e devoto. Riconosce nell’amato la propria origine. l’amato diventa la “direzione” della tua interiorità, in questo spazio la tempesta e il tumulto del cuore lascia spazio a un desiderio saldo ma disciplinato.
العِشْرَة — al-ʿishra
Davanti a due porte, una conduce a un giardino straordinario con fiori bellissimi e profumatissimi, mai visti prima. العِشْرَةُ al-ʿishra deriva dalla radice عشر la stessa del numero “dieci”, che indica completezza, pienezza. In arabo classico, ʿishra è vivere insieme, passare del tempo, fare delle cose insieme. È l’amore che si esprime nella condivisione di spazio e tempo. Nel Corano, citiamo l’esempio dell’imperativo:
وَعَاشِرُوهُنَّ بِالْمَعْرُوفِ tratto dalla sura delle donne [النساء:19] “e trattatele con gentilezza” (Bausani, Il Corano, Milano, BUR Pantheon 1999, p.56).
È un comandamento giuridico e vuole anche trasferire un’etica della convivenza, invitare a trattare l’altro secondo ciò che è bello, giusto, appropriato. Qui ci troviamo all’interno della relazione maritale, dove il punto non è solo “stare con” ma “starci insieme nel bene”.
الوُدّ — al-wudd
Il giardino più alto è quello del wudd, parola che deriva dalla radice وَدَّ che significa “amare”, “desiderare il bene”, “mostrare gentilezza”, ma anche “esprimere affetto attraverso azioni concrete”.
Se ʿishq è ardore e ḥubb è seme, wudd è stabilità.
È l’amore che, nell’arabo classico, indica un affetto continuo e affidabile.
Non stupisce che il Corano la utilizzi in due direzioni:
— per l’amore divino:
وَهُوَ الْغَفُورُ الْوَدُودُ tratto da [البروج:14] sura delle torri “ma è colui che perdona e che ama” (Bausani, Il Corano, p.486).
— e per l’amore coniugale fondato sulla reciprocità:
وَجَعَلَ بَيْنَكُم مَوَدَّةً وَرَحْمَةً tratto da [الرّوم:21] sura dei romani “e ha posto tra di voi compassione e amore” (Bausani, Il Corano, p.296).
La forma mawadda, è la forma d’amore più citata nel Corano, conserva la stessa radice: è l’amore fatto relazione, cura e quotidianità.
In questo giardino il viaggio dell’amore trova la sua forma più completa: un amore che diventa espressione pratica del proprio stato interiore.
Concludiamo dicendo che l’amore non è solo un istante, è un viaggio senza scorciatoie. Il suo inizio non è il suo apice e continua nei cicli infiniti delle stagioni. Apprezzeremo.

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