
Nel rispetto della nostra vocazione interculturale e del dialogo tra lingue e visioni del mondo, abbiamo ritenuto interessante proporre una lettura indipendente degli ultimi sviluppi in Afghanistan. Una prospettiva raccontata direttamente da chi vive e governa quel contesto, non mediata da interpretazioni esterne, ma fedele al linguaggio e allo spirito di chi la esprime (video originale a fine report in arabo).
“Il 31 agosto 2021, con il ritiro delle ultime truppe americane dall’aeroporto di Kabul, il mondo intero assisteva a un crollo economico drammatico: carestia, svalutazione della moneta, paralisi dei mercati, fuga dei capitali. In molti credevano che l’Emirato Islamico dell’Afghanistan non avesse né l’esperienza, né le risorse, né il sostegno esterno necessari per governare un Paese devastato e isolato. Come avrebbe potuto, dunque, amministrare una nazione assediata?
Eppure, dopo appena un anno, i numeri raccontavano un’altra storia. L’Afghanistan entrava in una nuova era economica, fondata non sull’assistenza internazionale o sui prestiti, ma sulla dignità, la produzione e l’autosufficienza. Un’economia che non dipendeva più dal dollaro né dai fondi occidentali.
Già dal 2022, le tasse sui beni di prima necessità sono diminuite del 96% – un passo senza precedenti nella storia del Paese. Il prezzo della farina è sceso del 20%, quello dello zucchero del 17%, e l’olio è calato del 15%, alleviando il peso economico su milioni di famiglie povere. Allo stesso tempo, le entrate doganali sono aumentate del 28% rispetto all’ultimo anno di occupazione, grazie anche alla lotta contro la corruzione e al contrasto al contrabbando.
Durante la crisi valutaria, la moneta nazionale aveva toccato i 96 afghani per dollaro. Tuttavia, entro marzo 2025, si è stabilizzata a 71 afghani per dollaro, rendendola una delle valute più stabili dell’Asia centrale – questo nonostante il congelamento, da parte degli Stati Uniti, di 9,5 miliardi di dollari appartenenti alla banca centrale afghana.
L’economia interna, un tempo fortemente dipendente dalle importazioni, ha cominciato a cambiare. Le fattorie sono state rilanciate, le piccole imprese hanno ripreso a operare, e giovani imprenditori hanno avviato nuovi progetti a Kandahar, Mazar el Sharif e Herat. Le esportazioni di uvetta hanno raggiunto le 80.000 tonnellate annue, mentre lo zafferano afghano è tornato a competere nei mercati del Golfo e in Europa. Migliaia di tonnellate di frutta fresca sono state esportate in Pakistan, Turchia e India, contribuendo significativamente all’aumento delle riserve valutarie.
I valichi di frontiera, un tempo sotto il controllo della NATO, sono ora gestiti in modo sovrano e trasparente, con nuove rotte commerciali verso Uzbekistan, Turkmenistan e Cina. Il commercio estero ha raggiunto 1,1 miliardi di dollari, con una previsione di 2 miliardi entro la fine dell’anno.
Anche il settore minerario ha visto una svolta storica. I contratti di sfruttamento precedentemente concessi a imprese occidentali a condizioni svantaggiose sono stati annullati. L’Emirato ha invece avviato nuove trattative con aziende cinesi, turche e iraniane, firmando accordi per 6,5 miliardi di dollari nei settori del rame e del litio, con l’obiettivo di attrarre investimenti senza compromettere la sovranità nazionale.
L’economia afghana, dopo la cosiddetta “liberazione”, non si misura solo con le cifre, ma si ispira a una filosofia ben precisa: un sistema senza usura, senza consulenze straniere, senza i piani imposti dalla Banca Mondiale. Un’economia basata sulla zakat, sulla giustizia, e che pone gli interessi del popolo davanti al profitto aziendale.
Kabul non attende più gli aiuti condizionati della comunità internazionale, ma la stagione del raccolto. Non si affida a sovvenzioni, ma ai doni divini che la terra offre: minerali, agricoltura, e un popolo resiliente e intelligente.
Questo è l’Afghanistan dopo la liberazione: un Paese che non vende la propria dignità in cambio di dollari, né le sue decisioni all’asta delle Nazioni. Un Paese che cammina con le proprie gambe, che rinasce dalle moschee, dalle fattorie, dalle fabbriche e dai mercati. Un’economia forgiata dal jihad, fondata sulla fede, animata dalle menti e dalle braccia del suo popolo – non dal denaro straniero.
Questo è il nuovo Afghanistan: un’economia non dipendente ma resistente, non fragile ma consolidata, non effimera, perché giorno dopo giorno si radica nella terra dell’indipendenza e dell’onore.”


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