
La poesia araba, nella sua essenza, è sempre stata intesa come un mezzo per affermare l’esistenza e l’identità, un atto di creazione che va oltre la semplice scrittura. Nella tradizione araba, l’arte poetica è intrinsecamente legata alla percezione e all’intenzione del poeta. In uno dei suoi primi trattati, Qudāma ibn Jaʿfar Abū al-Faraj definisce la poesia come:
“Parole in metrica, in rima, esprimenti un significato.”
Questa definizione rimanda al concetto di naẓm (نَظْم), che significa “ordine perfetto”, un’armonia tra suono e significato che si realizza nel componimento poetico. Tuttavia, tale definizione non include i testi sacri né i versi che nascono senza un’intenzione consapevole. Da qui il concetto di qaṣīda (قَصِيدَة), una composizione poetica che nasce invece da un’idea strutturata, dalla volontà di esprimere un pensiero, una visione.
La parola shiʿr (شِعْر), oggi quella più usata per indicare la poesia, deriva dal verbo shaʿara (شَعَرَ), che significa “sentire” o “percepire”, suggerendo che la poesia è per il poeta un atto che coinvolge profondamente la sua percezione del mondo, potremmo definirla un’emozione che si fa parola.
Chi era al-Mutanabbī?
Se stai pensando di studiare l’arabo, non puoi non conoscere lui: Abū at-Ṭayyib Aḥmad ibn al-Ḥusayn al-Mutanabbī al-Kindī (أبو الطيب أحمد بن الحسين المتنبي الكندي), noto semplicemente come al-Mutanabbī, nacque nel 915 d.c nella regione di Kinda (كِنْدَة) vicino a Kufa (الكوفة), una città che si trova nell’attuale Iraq. E’ tutt’oggi molto amato, venerato come un’icona culturale, al- Mutanabbī, è considerato uno dei più grandi poeti della tradizione araba post-rivelazione islamica, tanto da essere soprannominato:
مَالِئُ الدُّنْيَا وَشَاغِلُ النَّاسِ – “Colui che riempì il mondo e occupò la gente [a parlar di lui]”.
È anche chiamato نَادِرَةُ زَمَانِهِ “rarità del suo tempo” e أُعْجُوبَةُ عَصْرِهِ “meraviglia della sua epoca”. Le sue poesie sono tuttora fonte di ispirazione per poeti, studiosi e grammatici. I suoi sono componimenti forti, chiari, emozionanti, celebrano spesso la dignità personale, il valore individuale, l’ambizione smisurata e l’onore: è un autore molto importante perché ha colpito profondamente l’immaginario arabo, che tradizionalmente valorizza la forza del carattere e dell’individuo ed è inoltre considerato simbolo della grandezza della civiltà araba, tant’è che in tempi moderni è spesso citato per risvegliare sentimenti di orgoglio nazionale.
La sua vita, caratterizzata da viaggi e incontri con potenti e corti di grande prestigio, fu altrettanto avventurosa e complessa. Le sue esperienze dirette nella corte di alcuni governatori, tra cui quelli di Aleppo (حلب) in Siria e di Bagdad (بغداد) in Iraq, e il suo coinvolgimento nelle guerre tra le varie fazioni musulmane, sono riflessi nei suoi versi. Tuttavia, il poeta non si limitava a celebrarsi come guerriero o leader, ma esplorava anche concetti più filosofici, come la saggezza e la riflessione sulla condizione umana.
La vita avvincente di al Mutanabbī
Al-Mutanabbī durante l’adolescenza, sostenne di essere un profeta, e per questo fu arrestato a Homs (حُمْص attuale Siria) dal visir del sultano Abu al-Fawāres Ahmad ibn al-Ikhshīd. Dopo aver ritrattato, fu liberato. Più tardi si trasferì ad Aleppo, alla corte di Sayf ad-Dawla, che lo accolse con entusiasmo e dove si attestano componimenti brillanti di ode al sovrano.
عَلََىَ قَدْرِ أَهْلِ العَزْمِ تَأْتِي العَزَائِمُ * وَتَأْتِي عَلىَ قَدْرِ الكِرَامِ المَكَارِمُ
وَتَعْظُمُ في عَيْنِ الصَغِيرِ صِغَارُهَا * وَتَصْغُرُ فِي عَيْنِ العَظِيمِ العَظَائِمُ
يُكَلِّفُ سَيْفُ الدَّوْلَةِ الجَيشَ هَمَّهُ * وَقَدْ عَجَزَت عَنهُ الجُيوشُ الخَضارِمُ
All’altezza di chi ha la volontà, arrivano le grandi decisioni, e all’altezza dei generosi, le nobili imprese si manifestano. Ciò che agli occhi dei piccoli appare grande, agli occhi dei grandi invece si riduce a poco. Sayf ad-Dawla trasmette all’esercito la sua volontà, che anche le armate più valorose sono talvolta incapaci [di compiere].
Successivamente, si trasferì presso la corte del sovrano eunuco Abū al Misk Kāfūr in Egitto: quest’ultimo non avendogli offerto prospettive di governo, indusse il nostro poeta in invettiva, perciò in questo periodo abbiamo testimonianze di disappunto da parte di al-Mutanabbi al sovrano.
الـعَـبْـدُ لَـيـْـسَ لِـحُــرٍّ صَــالِــحٍ بِــــأَخٍ * لَــْو أنَّــهُ فِــي ثِـيَــابِ الـحُــرِّ مَـوْلُــودٌ
لا تَشْـتَـرِ الـعَـبْـدَ إلَّا وَالـعَـصَـا مَـعْــهُ * إِنَّ الـعَـبِـيــدَ لأنْـــجَـــاسٌ مَـنـَاكـِـيــدٌ
Il servo non è un vero fratello per un uomo libero. Anche se fosse nato nei panni di un uomo libero, non comprare mai un servo senza il bastone. I servi sono sporchi e miserabili.
Questi due versi citati come esempio, fanno notare come al-Mutanabbī non era uno “che le mandava a dire” anzi, non era affatto uno che si piegava o nascondeva i suoi pensieri per compiacere. La sua poesia è spesso un pugno in faccia diretto e senza filtri, un’espressione di orgoglio, forza e indipendenza di pensiero. Era capace di lodare chi lo meritava, ma non esitava a usare parole durissime contro chi lo tradiva o lo sminuiva (come si evince, persino un sovrano poteva sentirsi “beffato” dai suoi versi). Questa attitudine oggi, dalla nostra parte di mondo, è ribelle, scomoda, inopportuna, perché viviamo in un’epoca che spesso spinge al compromesso e alla diplomazia esasperata, anche a scapito della verità o della giustizia personale. Ma al-Mutanabbī rappresenta quel coraggio di non tacere mai, di mantenere un’identità ferma e chiara, anche a costo di scontri e conflitti.
Dopo questa delusione si rifugiò in Iraq, dove venne scritta una sua raccolta di poesie. Si dice che, stanco della fama e del successo che riscuoteva come sapiente e poeta si trasferì in Iran dove ad Arrajan si duellò in strofe con un altro poeta, Ibn al-Hamid. Nella città di Shiraz, compose delle poesie di encomio in onore del sovrano ‘adud ad-Dawla. Purtroppo, c’è da dire che nonostante la stima che i sovrani nutrivano nei suoi confronti, e nonostante le sue innumerevoli doti personali, al-Mutanabbī non incoronò mai la sua ambizione di diventare governatore.
Sempre a Shiraz, durante la preghiera collettiva del venerdì sentì citare i suoi versi dal imam che guidava la preghiera: fu allora che decise nuovamente di sfuggire alla sua fama e di tornare a Kufa passando da Bagdad; fu lì che incontrò l’aspro destino che decretò la sua fine.
La morte del poeta
Durante il viaggio, ad An-Nuʿmānīyah, fu assalito da un gruppo di briganti guidati da Fātik ibn Abī Jahl (letteralmente: assassino figlio dell’ignoranza).
Si racconta che, mentre il poeta cercava di fuggire, il suo servitore gli ricordò un celebre verso da lui composto:
أَتَهْرُبُ وَأَنْتَ القَائِلُ
Scappi? eppure sei colui che disse:
الخَيْلُ وَاللَّيْلُ وَالْبِيْدَاءُ تَعْرِفُنِي
وَالسَّيْفُ وَالرُّمْحُ وَالْقِرْطَاسُ وَالْقَلَمُ
“I cavalli, la notte e il deserto mi conoscono,
così come la spada, la lancia, la pergamena e il calamo.”
Questa strofa celebra la sua doppia identità di guerriero e uomo di lettere. È praticamente il suo verso più citato.
Si dice che, a quelle parole, al-Mutanabbī abbia risposto:
قَتَلَتْنِي قَتَلَكَ اللهُ
“Mi hai ucciso, possa Dio ucciderti.”
Fu ucciso sul posto, insieme a suo figlio Muḥammad e al suo servitore Mufliḥ. Morì a 50 anni, lasciando dietro di sé circa 326 poesie che raccontano la sua vita, la sua epoca e il suo mondo. Se volete apprezzare alcuni dei componimenti in italiano e approfondire altre tematiche della sua poesia si consiglia la lettura di Francesco Gabrieli; anche se è un po’ anacronistico per i nostri tempi, la profondità e la precisione del suo lavoro aiutano a capire non solo i testi, ma anche il contesto storico, culturale e linguistico in cui Al-Mutanabbī operava: “Studi su al-Mutanabbī” Istituto per l’Oriente 1972.


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